Vita di “Candidato”. Editoriale – di Vinicio Nardo
29 Settembre 2026
Da giovane pieno di difetti non avrei mai pensato di candidarmi a qualcosa; avrei dovuto chiedere, convincere, abbassarmi, smettere di essere iperselettivo, insomma uscire dal guscio. Il giorno dopo la laurea sono entrato nello studio di Michele Saponara e tutto è cambiato. Lui era stato consigliere e segretario dell’Ordine dove sarebbe poi tornato per fare il presidente. Insieme giravamo nel palazzo di giustizia come su una giostra, per udienze diverse tutte teoricamente fissate alle 9:00. Incrociavamo l’intero albo e la socialità aiutava ad incastrare gli impegni. Per tanti colleghi era “Michelino”; lui chiamava tutti per nome, spesso indovinando luoghi e date di nascita.
La ginnastica mi ha aiutato a smussare il carattere, il resto l’ha fatto il piacere dell’incontro fisico, quello che raggiunge il parossismo nelle campagne elettorali, perché nella corsa al consenso chi si ferma è perduto. Col tempo si impara che chi non sa fermarsi perde ancor di più.
L’elezione che ci impegnerà nei prossimi giorni (dal 5 al 9 ottobre) non entra nel vortice delle passioni civili, tipico delle associazioni, né percorre il solco dell’ethos professionale, con la compunzione affettata di quelle dell’Ordine. Con la Cassa forense si toccano temi materiali, affidati alla pura razionalità eppure capaci di innescare accessi viscerali.
La pancia e la testa sono collegate da una linea telefonica diretta che dovrebbe risolvere i conflitti interni, ma talora li alimenta. La ragione ha un paraocchi che si chiama “sostenibilità”; l’istinto annebbia la vista di chi si sente spremuto. Al nostro “Candidato” – finito in mezzo a queste due diverse cecità – tocca mediare, fare sintesi. Un compito che inizia già prima di essere, eventualmente, eletto.
Delle campagne elettorali cui ho partecipato attivamente potrei alternativamente dire il peggio o il meglio possibile. Ho imparato ad apprezzarne la parte positiva che consiste in un’esperienza inarrestabile, rappresa nel tempo, di comunicazione volitiva ma non irrealistica. Più facile a dirsi che a farsi se in ballo c’è la Cassa forense ed occorre sollevare la cornetta per far dialogare la testa con la pancia. Quasi arduo in una nazione diversificata tanto sull’ascissa del territorio quanto sull’ordinata dell’economia.
E non è indifferente il punto del piano cartesiano in cui “Candidato” si trova, dal momento che se eletto rappresenterà un pezzo di territorio del Paese. Il rispetto degli impegni assunti verso chi l’ha votato non dovrà impedirgli di dar voce a tutti gli avvocati del proprio Distretto, poveri e ricchi che siano.
Come forse nessun’altra città, Milano abbraccia la varietà più ampia di avvocati: dal single all’associato; da chi si arrangia in casa a chi esercita dentro palazzi monumentali; dal committente all’esecutore; dal monocommittente garantito a quello privo dei diritti minimi; da chi si proietta in forme collettive a chi è sulla via di ricredersi. Questo complica la vita di “Candidato” nostro.
Chi non legge l’annuale rapporto Censis commissionato dalla Cassa forense fatica a immaginare circondari a reddito annuo di 20.000 euro, eppure esistono e lì la vita di “Candidato” ne esce semplificata, essendogli concesso di arroccarsi a difesa della “solidarietà” verso i colleghi “meno fortunati”. Invece a Milano non si può essere monotematici anzi è d’obbligo avere il respiro istituzionale che servirà a completare il futuro delegato di Cassa forense.
Sarebbe asfittico occuparsi di previdenza senza un occhio costantemente rivolto alla perequazione. Va bene arrabbiarsi per l’immiserimento costante dei ratei, ma costituirebbe un arretramento di civiltà ignorare chi se la passa male, vuoi per ragioni personali e familiari (incidenti, acciacchi), vuoi per ragioni di contesto (calo strutturale dei redditi, depressione economica territoriale).
Ambivalente ma non ambiguo, “Candidato” saprà usare il concetto di sostenibilità senza fingere che sia uno scudo di piombo, sottacendo che dai 50 si è passati a calcolarla sui 30 anni per poterla certificare. Sdoganato il termine minore, ha senso continuare a sventolare la sostenibilità come un dogma?
Le nostre attuali delegate, Paola Boccardi e Silvana Turri, ci riferiscono ottime performance degli investimenti immobiliari e finanziari. Il patrimonio della Cassa è dunque solido, ma non viene usato per pagare le nostre le pensioni. E’ nostro ma non lo è: rimane lì a garanzia. Tutto condivisibile ma non credo che possa durare all’infinito. Che le prossime generazioni di pensionati si rassegneranno al costante decremento della pensione. Che il malessere non crescerà in proporzione alla sua distanza dagli importi versati.
Se l’attuale flessione demografica ed economica rimarrà tale, l’assedio al “nostro” patrimonio finirà per infrangere l’assottigliato scudo della sostenibilità. Le prove generali sono andate in scena durante il Covid, allorché sui social si chiedeva di vendere i “palazzi di Londra”. La reattività conduce a prese di posizione demagogiche, da respingere al mittente, ma resta che il concetto di sostenibilità va ammorbidito. La nostra lista – Noi Avvocati – lo fa proponendo nel programma un utilizzo a fini previdenziali dei rendimenti che superano le previsioni attuariali: un meccanismo che concilierebbe la stabilità economica con lo spirito solidaristico.
Sarà opportuno che questa esigenza di contemperamento informi anche gli Organi della Cassa nella relazione con i suoi iscritti (al netto della generale disponibilità dei suoi dipendenti. che tutti riconosciamo). E’ noto che a Milano ci sono controversie dove i singoli avvertono una rigidità di posizione della Cassa; che li ferisce, per il totale affidamento malriposto con cui hanno pagato i bollettini elaborati dall’ente stesso. Il senso di appartenenza è messo a dura prova. La Presidente della Cassa ha dichiarato di averlo presente. “Candidato” dovrà vigilare.
Milano viene percepita dal resto d’Italia come una piazza ricca, e per un verso lo è. Al contempo è una città molto cara, più difficile da scalare all’inizio della professione, da qui le contraddizioni. L’avvio di un proprio studio esce dall’orizzonte mentale dei giovani per via dei costi proibitivi. Dilaga la monocommittenza e senza l’aspirazione ad associarsi per non abbandonare il regime fiscale forfettario. Aumentano i volumi dei grandi studi, comunque svantaggiati nel confronto coi competitors stranieri. Le società tra avvocati rimangono nel limbo e tante associazioni si interrogano se fiscalmente il gioco valga la candela. Le boutique sono come Carlo Calenda nella politica: non spostano i piatti della bilancia.
La complessità crea distorsioni ottiche, ad esempio sull’annoso tema del 4%. I grandi studi vedono l’iniqua duplicazione come loro esclusivo problema, magari da risolvere muscolarmente, e fanno la fine di Gulliver immobilizzato dai fili degli abitanti di Lilliput. Porsi come unici interessati e legittimati a parlarne li indebolisce, suscitando di riflesso l’ostilità della maggioranza di delegati. L’orgoglio acceca il nostro Gulliver. Se aprisse gli occhi scoprirebbe che la battaglia non la combatte da solo. La nostra lista – Noi Avvocati – il punto del doppio 4% ce l’aveva anche nel programma del 2022, dove era scritto espressamente che il problema non riguarda solo le grandi strutture, ma tutti gli avvocati che debbano compensare un collaboratore interno o esterno allo studio. In conclusione, la non facile soluzione passa attraverso il graduale ammorbidimento del tema sostenibilità e l’abbandono di atteggiamenti sterilmente muscolari a favore di una sana diplomazia tra diversi. Che poi è il modo in cui Gulliver seppe riconquistare la fiducia dei lillipuziani e, quindi, la propria libertà.
Quando si riuscirà a non guardarsi in cagnesco allora si progredirà nel confronto, magari riuscendo a immedesimarsi, da una parte, in chi paga per il 3% di solidarietà più del contributo individuale (ora) del 17%, dall’altra, in chi convive col fratello invalido privo degli aiuti che la Cassa riserva solo in linea verticale, ascendente o discendente.
Emerge da quanto fin qui detto che i problemi dell’avvocatura non può risolverli l’ente previdenziale senza il contributo della legge professionale e delle norme fiscali. Ad esempio, introdurre le reti professionali senza predisporre il terreno sul piano tributario espone alle difficoltà viste con le altre forme di aggregazione.
Il momento sarebbe propizio: le elezioni dei delegati di Cassa viaggiano in parallelo con la stesura dei decreti delegati di riforma professionale, creando un’irripetibile occasione di riflessione e confronto sullo statuto dell’avvocatura. Il percorso verso la legge delega è stato opaco. Ancora in questi giorni alcuni Ordini più riflessivi (e non ammutoliti da un malinteso conformismo governativo) stanno chiedendo di frenare la corsa ai decreti per consentire un vaglio delle nasciture norme: in tema di società; di terzi non avvocati; di pubblicità; di conteggio dei mandati ed altro ancora. I precedenti degli ultimi anni non autorizzano l’ottimismo.
Un’ultima notazione. Il sistema di voto per liste previsto per l’elezione dei delegati di Cassa suscita perplessità perché impedisce di votare le singole persone, ma è un effetto ottico, la realtà è diversa. Milano è un Ordine sempre penalizzato dalle proprie dimensioni: ha un numero di consiglieri pari ad Ordini grandi una frazione ed esprime rappresentanze sempre in numero inferiore ai propri numeri.
Le richieste di perequazione hanno appena prodotto un risultato, ma beffardo. Si è concesso un terzo rappresentante nel CNF ai Distretti che superano i trentamila iscritti: uno ogni diecimila. Battaglia vinta? Non direi, i tre rappresentanti dovranno appartenere ad Ordini diversi. L’effetto paradossale è che Milano (forse unico Ordine in crescita) farà scattare il terzo componente, ma continuerà ad avere un solo rappresentante mentre gli Ordini circondariali (che insieme totalizzano meno della metà dei nostri iscritti milanesi) passeranno a due. Il deficit proporzionale, lungi dal calmierarsi, si è aggravato.
Il sistema elettorale della Cassa Forense, invece, conserva accettabili criteri di rispetto delle proporzioni numeriche. Teniamocelo stretto.
E andiamo a votare.