Usare o essere usati? – Dante De Benedetti
26 Giugno 2026
Chi esercita da abbastanza tempo ricorda la fatica di ogni “rivoluzione”. La firma digitale che non si installava, la prima PEC aperta con diffidenza, il processo telematico che ci ha tolto (e tuttora in alcuni casi toglie) il sonno, le udienze celebrate davanti ad uno schermo, dapprima durante la pandemia ed ancora adesso. In venticinque anni ne abbiamo viste arrivare tante, di novità tecnologiche. Le abbiamo accolte tutte, ma in un modo ben preciso: adeguandoci e subendole. Qualcuno (il legislatore o, nel caso della pandemia, il caso) decideva e noi, puntualmente, ci adeguavamo. La tecnologia arrivava già confezionata, con le sue regole; a noi restava soltanto imparare ad usarla senza farci troppo male. È stata, in fondo e vista a posteriori, una lunga educazione alla passività.
Per anni è andata bene così, perché quegli strumenti non toccavano il cuore del mestiere. La PEC cambia come notifico, non cosa scrivo. L’udienza da remoto cambia dove parlo, non che cosa dico. Il PCT cambia il mio rapporto con le Cancellerie ma si tratta pur sempre di depositi. Erano innesti sulla forma, mai sulla sostanza. Potevamo permetterci di prenderli come venivano, perché il pensiero giuridico restava nostro, intatto, al sicuro.
Con l’intelligenza artificiale, per la prima volta, non è più così ed affrontarla con lo stesso approccio con cui abbiamo affrontato tutto il resto sarebbe non soltanto ingenuo: sarebbe pericoloso.
Questa volta, infatti, lo strumento non si limita a trasmettere o ad archiviare. Scrive. Ragiona (o, peggio, sembra farlo). Propone un’eccezione, suggerisce una linea, mette in fila gli argomenti. E qui si apre un bivio che può essere decisivo per il nostro futuro. Da una parte c’è un’intelligenza artificiale che siamo noi a guidare: uno strumento al quale affidiamo, affinchè ci aiuti a tenerne sempre conto, le nostre strategie, le nostre difese, perfino le nostre prassi e forme preferite — quel certo modo di costruire un atto, quel taglio che ci riconoscono i clienti e le controparti. Uno strumento che accelera ciò che avremmo comunque pensato e ce lo restituisce più in fretta e meglio ordinato, pronto per la nostra elaborazione finale.
Dall’altra parte c’è un’intelligenza artificiale preconfezionata, pronta all’uso, che il mercato già ci offre in decine di versioni: si apre l’applicazione, si inseriscono i dati e lei costruisce l’atto che, “secondo l’intelligenza artificiale di turno”, sarebbe il migliore.
La differenza sembra sottile. Non lo è. Nel primo caso decidiamo noi e lo strumento esegue. Nel secondo decide lo strumento e noi firmiamo.
Proviamo a immaginare dove porta la seconda strada, perché è meno fantascienza di quanto sembri. Se a costruire la difesa è l’applicazione e se dall’altra parte siede un collega che usa la stessa applicazione — o una concorrente, programmata con la medesima logica inferenziale — allora la causa non si gioca più tra due avvocati. Si gioca tra due software. Gli atti diventano la media di ciò che di solito funziona, le sentenze l’arbitraggio tra due macchine che si rispondono. A noi resta il ruolo di chi preme un tasto e appone una firma su un pensiero che non è il suo. E con noi sparisce esattamente ciò per cui un cliente ci sceglie: l’intuizione, l’azzardo calcolato, la difesa cucita su misura che nessun modello statistico avrebbe osato, anche perché non è programmato per farlo.
La tentazione, diciamolo, è forte. Lavoriamo sotto pressione, con scadenze che si accavallano e fascicoli che si moltiplicano; uno strumento che promette di scrivere l’atto al posto nostro, in metà tempo e a costo minore, parla esattamente alla nostra stanchezza. È lì che si nasconde l’insidia. La passività di ieri ci è costata qualche mugugno e un corso di aggiornamento; quella di domani rischia di costarci la professionalità, il mestiere.
La soluzione, però, non è rifiutare lo strumento: sarebbe l’ennesima passività, soltanto di segno opposto. Il rimedio è capovolgere la domanda. Non “che cosa sa fare l’intelligenza artificiale”, ma “che cosa so fare io e come posso usarla perché lo faccia per me, più in fretta”. Lo strumento giusto non porta dentro di sé il sapere di chi l’ha programmato: porta il nostro. La nostra giurisprudenza, le nostre memorie migliori, le strategie che in anni di professione hanno funzionato, la voce che ci distingue, la capacità di esercitare quel pensiero laterale che è dominio assoluto dell’essere umano. Diventa un’estensione della nostra esperienza, non un sostituto del nostro giudizio. L’intelligenza artificiale propone e accelera; siamo noi a decidere e siamo noi a rispondere, davanti al Giudice, al cliente, all’Ordine e, soprattutto, a noi stessi.
Ed è qui che si scioglie il paradosso da cui siamo partiti. Continuiamo a chiederci se l’intelligenza artificiale ci sostituirà, come se fosse una minaccia che arriva da fuori, un destino da subire come abbiamo subito tutto il resto. Ma da fuori non arriverà, non può arrivare. La verità è più scomoda: l’unico modo perché un’intelligenza artificiale prenda il nostro posto è che siamo noi a cederglielo, smettendo di pensare e lasciandoci guidare. Non saremmo sostituiti. Ci sostituiremmo. E lo faremmo se continuassimo a fare quanto fatto negli ultimi 20 anni: adeguandoci.