Sorvegliati speciali. Editoriale – di Vinicio Nardo
27 Maggio 2026
Indetta nel post-trauma referendario, l’astensione dei penalisti può apparire forte ma tocca un fenomeno, quello delle intercettazioni dei difensori a colloquio con i clienti, che è grave e per di più sta diventando endemico.
La necessità di una reazione energica si avverte da anni. L’incubazione di un virus nel ventre molle della Corte di Cassazione ha via via legittimato la conquista di ridotte autoritarie attraverso assidue puntate in avanti delle Procure più intraprendenti e creative del Paese.
Nel 2013 la segretezza delle conversazioni difensive era stata presa a modello dalla Corte costituzionale per mettere sottochiave le conversazioni del Presidente della Repubblica, cui mancava una norma equivalente al 103 CPP (segretezza conversazioni avvocato-cliente).
Oggi lo schema si ribalta e, dentro la sala colloqui del carcere di Perugia, un microfono ha prodotto una indiscriminata intercettazione a strascico di difensori a colloquio con i propri clienti. Il finale è grottesco: il “pescato” è approdato tranquillamente nel fascicolo processuale. Un banco del pesce 4.0.
Se il carcere è già da tempo sdoganato come teatro di intercettazioni (tra moglie e marito è oramai un classico), da Napoli arriva notizia di intercettazioni ambientali sull’uscio dell’aula giudiziaria in cui si celebrava un processo. Le accompagna il corredo di foto dei difensori a colloquio con clienti e loro familiari, ciascun avvocato con il nome nella relativa pecetta.
La potenza intercettiva cresce, non il self-restraint.
Al Congresso forense di Torino una mia mozione, partendo dall’accresciuta forza penetrativa delle nuove tecnologie, impegnava le rappresentanze forensi a promuovere la “tutela rafforzata delle comunicazioni e limiti stringenti all’uso di tecnologie intrusive, per rendere effettive le guarentigie dell’art. 103 c.p.p.”.
Il Congresso fu appesantito da centinaia di mozioni, quasi tutte approvate, inclusa la mia. Si era lasciata fuori la riforma professionale, per cui si enfatizzò il florilegio di mozioni come indice di salute. A me pareva la lastra di un tossico in piena overdose.
La coazione a ripeterci che l’avvocatura è in salute ricorda la rassicurazione del tossicodipendente che si ripete “smetto quando voglio”.
L’altra notizia è che nell’ambito di una grossa indagine milanese sono stati iscritti nel registro degli indagati – ai sensi del D.lgs. 231 del 2001 – alcuni studi legali strutturati, per ipotesi di reato formulate a carico di propri avvocati. Non credo ci siano precedenti (per studi professionali di altro tipo si), tuttavia c’era da aspettarselo.
Percorriamo da anni un crinale pericoloso, accettando (se non cercando) incarichi da asseveratori della legalità che confliggono con gli obblighi di lealtà, fedeltà e segretezza che, nel rispetto delle leggi, ci legano al cliente. Legame ineludibile per l’affermazione del diritto di difesa garantito dalla Costituzione all’intera collettività.
La riforma professionale appena approvata alla Camera neppure ci prova a conciliare i montanti obblighi societari di trasparenza con lo statuto deontologico degli avvocati di studi legali strutturati che al modello aziendale si conformano.
Se si può immaginare la reazione al reato commesso (e da perseguire), ben altri problemi pongono i modelli volti a prevenire il reato. E’ difficile ipotizzare un controllo efficace sull’attività difensiva in essere che non sacrifichi pezzi di libertà, autonomia e indipendenza del difensore e che non ne vìoli il segreto professionale.
Chiaramente, non è questa la sede per approfondire un tema così complesso, per quanto ci intrighi, ma certo la vicenda giudiziaria milanese ci interroga sulla compatibilità quantomeno di alcune attività difensive (penso al penale) con tutte le possibili forme di esercizio della nostra professione.
Se a Torino, distratti dalla prossima elezione, sciupavamo il Congresso, a Roma veniva scelto un Papa americano che a sua volta sceglieva il nome evocativo di Leone, avendo in programma la firma dell’enciclica destinata ad interpretare la rivoluzione digitale e l’avvento dell’A.I.
La Magnifica Humanitas (firmata nell’anniversario della Rerum Novarum di Leone XIII che aveva guidato il passaggio dai campi alle industrie) non dichiara guerra alla “religione del dato” diffusa dalla Silicon Valley, piuttosto coglie l’attimo per ribadire la supremazia del pensiero e della dignità della persona.
Noi avvocati sappiamo che l’A.I. non è neutrale.
Per quanto non tutti i grossi players abbiano una visione disumanizzante, e ciascuno interpreti una diversa visione politica e sociale, anche i più prudenti (Anthropic) riconoscono che l’A.I. potenzierà la propaganda e la sorveglianza e, con ciò, i regimi autoritari che già sono avvantaggiati da meccanismi decisionali meno laboriosi delle democrazie, dove vige il rispetto delle libertà civili e politiche.
Il ruolo regolatorio assunto dall’Europa non sarà la risposta sufficiente fino a quando ci terrà relegati in posizione meramente oppositiva. L’intelligenza artificiale pare inarrestabile e richiede strategie più complesse.
Detto in sintesi, le regole sono il nostro pane quotidiano, ok. Il problema è come non farci sfilare il piatto che lo contiene.
Suol dirsi che “Il politico guarda alle prossime elezioni, lo statista alle prossime generazioni”, ma pochi se ne curano.
Il terzo mandato elettivo –mai approvato in un Congresso – è l’unica vera novità della riforma forense, che diverrà proverbiale per non contenere una virgola dedicata ai temi su accennati.
In assenza, toccherà darci individualmente delle linee guida – in questa neonata news-letter lo fa con cognizione di causa Dante De Benedetti – o immaginare modifiche statutarie, dove – concordo con Paola Ponte, sempre qui in altro articolo – la soluzione non può essere il “premier dell’avvocatura”.
Magari si potrebbe cominciare facendo politica forense senz’altra ambizione che dare respiro democratico alla governance dell’avvocatura.