Rete, aggregazioni e intelligenza collettiva – di Gaia Martinenghi

28 Giugno 2026

Mentre l’avvocatura dibatte su quello che sarà possibile fare e non fare nelle aggregazioni professionali, quanti e quali professionisti diversi dagli avvocati, quali modalità di ripartizione degli utili, poca attenzione viene dedicata alle evanescenti reti fra professionisti citate nella riforma senza particolari previsioni di dettaglio.

L’argomento si arresta generalmente alla constatazione che non si sa in concreto come organizzare una rete che funzioni e che abbia senso dal punto di vista organizzativo, dei compensi, fiscale.

Forse la tecnologia può in parte superare le difficoltà nella definizione di binari che vengano poi effettivamente percorsi, vista l’attitudine a sparigliare.

Con un esercizio “di fantasia”, si potrebbe immaginare che l’utilizzo pervasivo di strumenti di intelligenza artificiale nei processi dei grandi studi e delle società di consulenza, comporterà un netto arresto dell’assunzione di para legali, ma anche della collaborazione con avvocati, praticanti, e di tutti quei soggetti che in queste realtà trovano il loro habitat.

D’altro canto, immaginiamo gli studi di dimensioni minori, che nel breve periodo con la tecnologia potrebbero rendersi conto che la relazione con il collega ultra specializzato nell’ambito di diritto adiacente o complementare al proprio sia finalmente comoda e immediata, che forse non è neppure necessario associarsi esponendosi al rischio di non andare d’accordo, di non condividere lo stile di vita o l’etica del lavoro, il chi fa cosa, di non rientrare dell’investimento, del dover dedicare una parte dei propri introiti a sostenere le spese della burocrazia societaria, perché la rete fra professionisti non è una mera facciata ma (anche) un software ultra performativo di cui potersi dividere la spesa, così come degli altri strumenti scientifici e tecnologici a supporto dell’attività.

Nel giro di pochi mesi, per molti sta già cambiando come ci si procaccia il lavoro (il tracollo dell’imbarco dei clienti dai siti internet per lo spostamento delle ricerche dai browser ai gpt è già un dato tangibile), come si organizza, come il nostro cervello svolge il ragionamento giuridico e come si conduce la relazione con l’assistito/cliente. E se non è ancora successo, non pare potersi mettere in discussione che succederà.

Le riflessioni su questi distinti modelli di esercizio della professione non possono peraltro prescindere da come è e sarà portata avanti la relazione con i giovani praticanti e neo avvocati. Certamente i nuovi arrivati hanno competenze digitali inedite, ma pensare di poter invertire la direzione dell’insegnamento, affinché i giovani mettano a punto tecniche di prompting efficienti senza preoccuparsi di mettere a punto parallelamente il loro ragionamento giuridico presupposto, mi sembra una strategia di lungo periodo poco vincente, a prescindere dal tipo di aggregazione in cui tale relazione si svolga. Spero davvero che i praticanti siano all’erta nel vaglio della qualità di quello che gli viene trasmesso, posto che faranno sempre più fatica ad accedervi.

Sarebbe bello pensare che, nello studio AI based, a prescindere dalla forma di aggregazione, possa comunque trovare spazio una dinamica comunitaria umanamente produttiva, capace di alimentare l’intelligenza anche collettiva dei suoi partecipanti, per evitare l’involuzione della specie.