Quale governo e per quale avvocatura? – di Paola Ponte
26 Maggio 2026
Qualche settimana fa Massimiliano Cesali, collega con grande esperienza in tema di politica forense, all’esito della tornata referendaria, auspicava un premier per l’Avvocatura. Una proposta interessante, che non deve essere liquidata in modo superficiale e che mi ha sollecitato riflessioni e domande: un premier o un leader? E per quale Avvocatura?
La storia della rappresentanza, ed in particolare la rappresentanza politica, degli avvocati viene da lontano. Era il 1994 quando nel corso dell’assise congressuale straordinaria tenutasi a Venezia, venne delineato il modello rappresentativo unico dell’Avvocatura Italiana, modello che l’anno successivo (1995), nel corso del congresso di Maratea, portò alla nascita dell’OUA Organismo Unitario dell’Avvocatura Italiana.
Con la successiva approvazione dell’articolo 39 della legge n. 247/2012 all’organismo venne riconosciuta ad ogni effetto la rappresentanza politica dell’Avvocatura, un ruolo ben presto messo in discussione sino ad arrivare ad una vera e propria campagna di delegittimazione che si concretizzò (Rimini 2016) nella sua abolizione e nella creazione di un nuovo soggetto, l’Organismo Congressuale Forense (OCF). Un nuovo organismo voluto e votato in quella sessione congressuale, da una larghissima maggioranza, con un nuovo statuto che veniva salutato come l’unico in conformità del dettato dalla legge 31.12.2012 n. 247. Una mera illusione volta ben presto a confrontarsi (scontrarsi) con una realtà ben diversa: nessuno è disposto a cedere il proprio spazio, soprattutto quando lo spazio equivale ad un riconoscimento di autorevolezza e potere. Abbiamo cambiato i nomi, abbiamo cambiato gli statuti degli organismi rappresentativi, ma nella sostanza tanta confusione, sovrapposizione e persino una sorta di rivalità nella corsa all’accreditamento in ambito politico. Il risultato è una frammentazione di idee, prospettive e battaglie: la sensazione, che diventa realtà palpabile soprattutto “all’esterno”, che l’Avvocatura manchi di compattezza e conseguentemente di forza. Se questo è lo scenario, non si può che comprendere il desiderio espresso da Cesali di un Premier, ma tralasciando per un momento il come e se condividere l’idea, la domanda che mi pongo è: per chi?
Per quale avvocatura? Un “popolo” di circa 229.000 persone, un numero sicuramente ancora molto elevato ma, dati alla mano, in progressivo calo negli ultimi anni a causa di fisiologici pensionamenti accompagnati anche da un buon numero di cancellazioni e un minor numero di nuove iscrizioni. Un “popolo” frammentato per competenze (sempre più specialistiche) e strutture (sempre più aggregate). Una avvocatura variegata che il rapporto Censis-Cassa Forense 2026, presentato in questi giorni, fotografa in modo chiaro evidenziandone le criticità: un rallentamento del ricambio generazionale accompagnato da un rallentamento della crescita della presenza femminile (il cui reddito si conferma, nonostante un miglioramento della condizione economica e reddituale della categoria, tristemente attestato alla metà di quello maschile). Un’avvocatura però che pare affrontare (o subire?) un mutamento strutturale: tra gli under 40 solo il 42,4% lavora in forma individuale (a fronte del 66,2% del totale degli avvocati italiani). Il piccolo studio professionale pare cedere il passo alla forma associata. Un’unica professione due forme di gestione del lavoro: obiettivi comuni? Interessi compatibili? Ma soprattutto pesi elettorali ed idee politiche equipollenti, contrastanti o complementari? Difficile dare una risposta certa ma lo scenario appare complicarsi soprattutto laddove si consideri la scarsa partecipazione alle competizioni elettorali che da sempre caratterizza l’avvocatura che, rispecchiando pedissequamente la società “esterna” e l’astensionismo importante che la caratterizza, non si riconosce, si disinteressa e a volte ritiene cosa lontana da sé la partecipazione diretta e democratica alle elezioni dei propri rappresentanti nelle istituzioni forensi.
La proposta di un Premier dell’Avvocatura, inserita in questo contesto di modificazione profonda della figura professionale, legata altresì a doppio filo con l’introduzione dei mezzi di intelligenza artificiale, è una proposta in un certo senso rivoluzionaria (ma antica) perché basata sulla rinuncia al particolarismo ed alla segmentazione del singolo pensiero, da sempre lamentata ma mai abdicata. La necessità di convogliare le istanze e fare sintesi rendendo l’avvocatura compatta e forte è un’esigenza palpabile da tempo, ma per ottenere questo risultato mi domando se l’unica strada sia convogliare il nostro mondo in un’unica figura e voce. L’idea è decisamente frizzante, ma temo fallimentare. Utilizzando termini di prova scientifica che ormai imperversano, credo molto banalmente che la figura del premier non sia nel DNA dell’avvocatura che, per sua intrinseca natura, deve analizzare, confutare, ragionare sulle tesi più disparate. Un’avvocatura che svolge una professione che spesso ha riti e ritmi simili al palcoscenico, per ruoli, per capacità dialettiche e per momenti di intervento. Un’avvocatura che esercita l’arte della parola per professione, ma anche diletto e che a tale arte non vuole rinunciare. Una professione meravigliosa che ci porta ad essere sempre tutti un po’ protagonisti nella nostra piccola o grande scena.
E allora, volendo anche già un pochino di bene a quella figura di premier proposta, dico no. Ma cercando di non demolire senza costruire alternative, rilancio la proposta fatta: proviamo a (ri)costruire meglio quello che abbiamo. Torniamo a pensare ad un CNF con funzioni separate, diamo una rappresentanza politica riconosciuta e riconoscibile, incentiviamo a livello territoriale la partecipazione elettorale, facciamo in modo che un ipotetico futuro “gruppo dirigente” dell’avvocatura sia rappresentativo di tutte le diverse anime che la compongono attraverso una composizione collegiale capace di fare sintesi. Ricordiamoci soprattutto che la comunicazione non può più essere demonizzata ed elusa: oggi si esiste solo se si comunica in modo tempestivo, veloce ed efficace.
Abbiamo necessità di avere un gruppo di leader, non di un solo premier.