La comunicazione non è un male (se fatta bene). Editoriale – di Vinicio Nardo

28 Gennaio 2026

A cavallo tra il 2007 e il 2008 la trasmissione Matrix mandò in onda il video del colloquio tra Rosa Bazzi e il consulente psichiatra criminologo. Il filmato mostrava la parte in cui l’imputata della strage di Erba confessava – quasi un anno prima, in carcere – la dinamica degli omicidi e descriveva al suo consulente gli impulsi che l’avevano mossa.

Da lì a poco sarebbe iniziato il dibattimento dinanzi alla Corte d’Assise di Como. Quel video era un atto della difesa che dagli schermi televisivi si trasformava in un atto d’accusa di grande suggestione.

La Camera Penale di Milano, che allora presiedevo, colse l’occasione per organizzare un convegno in cui si discusse di deontologia dei consulenti e del cortocircuito che la spettacolarizzazione di elementi estranei alle indagini preliminari provoca all’interno dei processi.

Il ricordo dell’evento mi è riaffiorato in questi giorni alla memoria a seguito della scomparsa di Giuliano Spazzali – esploratore del rapporto tra psicologia e diritto (e di molto altro, invero) – che quell’incontro di studio lo pensò, lo propose a noi del Direttivo e lo mise in piedi nella tradizione di “formazione militante” propria delle Camere Penali.

Va detto che la sentenza di condanna all’ergastolo evitò di parlare di quel video indicibile. Tuttavia è difficile pensare che esso non abbia influito sul giudizio.

Il processo mediatico ha continuato ad imperversare, eppure oggi avviene qualcosa di nuovo di cui riferisce Corrado Limentani nel video pubblicato sui social di Noi Avvocati e di cui trovate il link anche qui. Pochi giorni fa, all’esito del processo d’appello a carico di Alessia Pifferi, la sentenza di ergastolo è stata ridotta per le attenuanti generiche concesse in considerazione dei condizionamenti processuali indotti dal processo mediatico. Un svolta importante.

Credo sia l’esordio dell’attenuante “mediatica”, volta a compensare i danni che il clamore mediatico arreca all’imputato inquinando il “giusto” processo che la Costituzione gli riserva.

Non è strano che questa esigenza riparatoria abbia infine fatto breccia nella coscienza del giudice. La crescente pervasività della comunicazione – attraverso il moltiplicarsi dei media, social in primis – ha raggiunto vette tali da non potersela più cavare mettendo la polvere della grancassa colpevolista sotto il tappeto della sentenza.

Su un altro piano l’ampliamento dello spettro comunicativo sta provocando effetti. Penso alla tendenza a riaprire i cold case (vedi Garlasco e la stessa Erba) che, se intacca il culto del giudicato, diventa in contropartita palestra di allenamento al dubbio. Quel dubbio che dovrebbe informare il nostro processo accusatorio ma talvolta soccombe alla saldatura tra PM e GIP nell’idea condivisa di “lotta al crimine”: quella che tanti si ostinano a chiamare  “comune cultura della giurisdizione”.

La comunicazione è dunque un male? Sarebbe un errore pensarlo.

Detto della sentenza Pifferi, bisogna distinguere il bambino dall’acqua sporca. La comunicazione in sé è un bene. È sintomo di democrazia, nonché veicolo di progresso sociale e strumento di affermazione personale.

In questa prima newsletter, che Noi Avvocati utilizzerà per illustrare le proprie attività, troverete un articolo di Gaia Martinenghi e Silvia Carlino, gemelle diverse che espongono il nostro concetto di comunicazione. Quella che utilizziamo per affermare le nostre idee segnando un cambiamento di cui l’avvocatura ha bisogno.

D’ora in poi non si guarderà al mezzo ma al contenuto.

Matrix è stata una pietra miliare della televisione, così come i social sono oggi esplosione di vitalità. Tocca a tutti noi fare in modo che la trasmissione non sia strumento di inquinamento dei processi e che i social non appiattiscano la nostra vita di avvocati, contrabbandando giulivi screenshot di convegni, contornati da selfie, per epiche tappe della storia del pensiero giuridico-forense.