GARLASCO & GIUSTIZIA | Nordio, Stasi e la doppia assoluzione: ora serve lo stop all’appello del pm – di Corrado Limentani
27 Maggio 2026
articolo de Il Sussidiario
Nordio: niente condanna per chi è assolto nei primi due gradi. Ma la norma c’è già. Ora la Consulta valuta se vietare il ricorso dopo la prima assoluzione
Il Ministro Nordio, intervenuto ad un evento della Polizia penitenziaria, ha rilasciato un’importante dichiarazione con cui ha stigmatizzato il fatto che “una persona già assolta due volte in primo e secondo grado, senza l’intervento di nuove prove possa essere condannato a seguito di annullamento della seconda sentenza da parte della corte di Cassazione. Questa situazione, ha detto il Ministro, “……è paradossale e nasce da una legislazione che dovrebbe essere cambiata….” .
Nordio ha ragione. Ma ha anche torto.
Ha ragione perché se viene pronunciata una sentenza di assoluzione in primo grado, e la stessa decisione viene confermata in appello, deve prevalere il principio per cui mancando la prova della certa responsabilità “oltre ogni ragionevole dubbio” l’imputato deve essere assolto. Che dubbio ragionevole può ancore sussistere, infatti, dopo che una schiera di giudici ha ritenuto insussistenti gli elementi di responsabilità?
Ma il ministro ha anche torto. La norma che impedisce il verificarsi di questo rischio c’è già nel nostro ordinamento. Nel 2017 venne infatti approvato dal Parlamento l’introduzione nel codice di procedura penale del comma 1 bis dell’art. 608. Questa norma prevede il divieto per il pubblico ministero di proporre ricorso in cassazione avverso le sentenze di conferma in appello delle sentenze di assoluzione pronunciate in primo grado, salvo che vengano ravvisati violazioni di legge (come, ad esempio, nullità di carattere processuale).
Dal 2017 quindi una sentenza di assoluzione non può essere riformata per vizi logico-argomentativi della motivazione. Oggi, quindi, una sentenza di appello che confermi quella di assoluzione di primo grado non potrebbe più essere annullata in Cassazione come accadde invece per Stasi sedici anni fa. Insomma non serve nessuna modifica normativa nel senso invocato dal Ministro.
Secondo molti giuristi invece una riforma auspicabile, in senso ancor più garantista, dovrebbe essere invece l’estensione del divieto per il Pubblico Ministero di proporre appello già dopo la sentenza di proscioglimento di primo grado.
La riforma di due anni fa, ispirata proprio al principio del divieto di condannare se non vi siano prove di responsabilità ogni oltre ragionevole dubbio, ha infatti modificato il comma 2 dell’art. 593 c.p.p., e ha privato il pubblico ministero della legittimazione ad appellare le sentenze di proscioglimento, ma per i soli reati di cui all’art. 550 commi 1 e 2, rispetto ai quali si procede con citazione diretta a giudizio.
L’innovazione venne motivata dal fatto che il divieto di impugnazione era limitato ai delitti meno gravi (anche se tra questi ve ne sono in realtà alcuni di grande allarme sociale come il furto aggravato).
Ma se il principio della condanna ammissibile solo oltre ogni ragionevole dubbio vale per alcuni delitti non si capisce perché non debba essere esteso a tutti i reati. Nei giorni scorsi la Corte di Appello di Milano ha sollevato una questione di legittimità costituzionale di questa norma: sarà importante vedere cosa deciderà la Corte Costituzionale: dovesse respingere la questione si aprirebbero enormi spazi per estendere l’efficacia della norma a tutti i reati, anche quelli più gravi.
Le Iene Inside riaccende i riflettori sul delitto di Garlasco tra dubbi sui reperti, nuove analisi del Dna e diverse domande ancora senza risposta
Nuove ipotesi investigative, dubbi mai sopiti e una quantità di elementi che, anziché restringere il campo, sembrano moltiplicare gli interrogativi: questo è lo scenario in cui si inserisce l’ultima puntata stagionale di “Le Iene presentano: Inside“. Lo speciale firmato da Alessandro De Giuseppe e Riccardo Festinese, dal titolo “Garlasco: indagine chiusa, verità ribaltata?“, torna sull’omicidio di Chiara Poggi. L’obiettivo è quello di “mettere in fila testimonianze, errori, dettagli controversi e protagonisti” di una vicenda che negli anni ha intrecciato processi, ricostruzioni mediatiche e versioni spesso opposte dei fatti. Una storia che continua a dividere opinione pubblica e addetti ai lavori, soprattutto dopo gli sviluppi investigativi degli ultimi mesi.
Al centro del nuovo filone d’indagine c’è Andrea Sempio, nei cui confronti la Procura di Pavia ha formalmente chiuso le indagini per omicidio volontario aggravato. Secondo la nuova ipotesi accusatoria, l’inchiesta si fonderebbe anche su una possibile pista legata a presunti approcci respinti, oltre che sulle più recenti analisi genetiche eseguite sui campioni di Dna trovati sotto le unghie della vittima, ritenuti dagli inquirenti compatibili con il profilo genetico di Sempio.
Gli approfondimenti investigativi si sarebbero concentrati anche sul materiale informatico sequestrato all’indagato. Secondo indiscrezioni investigative citate da MowMag, sarebbero emersi file e ricerche web dai contenuti violenti risalenti al periodo del delitto. Inoltre, le nuove elaborazioni tridimensionali realizzate dai Ris suggerirebbero una dinamica del delitto di Garlasco diversa rispetto a quella ricostruita nei processi che portarono alla condanna definitiva di Alberto Stasi. In particolare, verrebbero rimessi in discussione alcuni passaggi centrali nella ricostruzione dell’epoca, compreso il presunto lavaggio nel lavandino dopo l’omicidio.
GARLASCO, IL GIALLO DEI VERBALI SUI REPERTI
È il segno di un’indagine che continua a produrre nuove domande molto più rapidamente delle risposte, ed è proprio qui che si inseriscono anche gli elementi rilanciati da MowMag, che ha riportato l’attenzione su uno degli aspetti più controversi emersi nelle ultime settimane: il giallo dei verbali di tre anni fa sui reperti. Per mesi, infatti, si è sostenuto che venti mozziconi di sigaretta Marlboro, due cotton fioc, una stecchetta di legno, una lametta da barba e un bicchiere di plastica fossero stati recuperati dalla spazzatura della villetta di via Pascoli, ma la lettura degli atti restituirebbe un quadro meno lineare.
Esisterebbero due verbali distinti: il primo riporterebbe solo l’elenco dei reperti senza specificare il luogo del recupero; l’altro, invece, farebbe esplicito riferimento al materiale prelevato all’esterno dell’abitazione dei Poggi: quattro mozziconi di sigarette , tre fazzoletti e tre stuzzicadenti in legno. Una differenza che potrebbe indicare come, almeno sul piano della narrazione mediatica, si sia generata confusione sulla reale provenienza di alcuni campioni.
Nel frattempo, la Procura di Pavia avrebbe affidato ulteriori consulenze al professor Carlo Previderè, anche se, almeno per ora, non risultano elementi ufficiali emersi negli atti o nelle indiscrezioni circolate pubblicamente. Per questo c’è il sospetto che nella ricostruzione complessiva del caso possa mancare ancora un tassello importante.
IGNOTO 2 TRA LE 7 DOMANDE DE LE IENE
Ed è in questo scenario che torna con forza anche il tema di Ignoto 2, il secondo profilo genetico individuato sotto le unghie di Chiara Poggi e mai identificato con certezza. Una questione che rappresenta anche una delle 7 domande che “Le Iene” proverà a rilanciare nello speciale dedicato al delitto di Garlasco.
Le altre domande raccontano bene quanto il caso continui a presentare zone d’ombra: da chi ha mangiato i due vasetti di Fruttolo trovati nella spazzatura il giorno del delitto a chi appartenevano i due cucchiaini lasciati nel lavello, passando per l’identità di chi fumò lasciando cenere ma non mozziconi e il motivo per il quale solo ora si parla dei video privati di Chiara e Alberto, senza dimenticare il cosiddetto “Piccione 2”.