Facciamoci (ri)conoscere – di Gaia Martinenghi
28 Aprile 2026
Mentre la professione forense è impegnata nell’utilizzo degli strumenti di comunicazione per la trasposizione del processo in aula a quello mediatico (ci stiamo spostando dalla televisione ai social network, con avvocati influencer e videopodcast, per fare il giro e tornare in presenza, ma a teatro) o per mere finalità di marketing, la magistratura sembra recentemente aver più propriamente fatto sue le potenzialità di tali mezzi. L’interrogativo che mi pongo, anche ad esito dell’esperienza comunicativa del periodo referendario, è dunque: qual è il confine fra la comunicazione-attestazione di esistenza, la comunicazione della propria attività sindacale, e la comunicazione-presa di posizione politica, che sfocia nell’indebita commistione dei poteri dello Stato? Qual è il limite prima del quale si può parlare di identità di categoria, oltre il quale la comunicazione non avrebbe senso di esistere?
Se del resto siamo abituati a prese di posizione in concreto, per il tramite di pronunce che inevitabilmente vanno a sopperire agli anfratti della fattispecie normativa che il sistema dialettico democratico non riesce a colmare con sufficiente rapidità, stride invece l’espressione esplicita e diffusa di idee e posizioni ab origine, slegate dall’applicazione caso per caso, su temi inevitabilmente politici (e ci si potrebbe anche chiedere del resto, che cosa non è politico?).
Mi sembra però che in questo contesto, gli interrogativi su come, perché e che cosa comunicare dovrebbero porseli in primis gli avvocati che pure non sono soggetti alla limitazione intrinseca della magistratura di cui sopra e, mi viene da dire, a maggior ragione.
Vogliamo appiattirci sul marketing legale, su convegni che sembrano al più finalizzati alla vendita autodiretta di servizi, per poi finire nel decreto sicurezza a collaborare all’agenda politica di turno senza neppure accorgercene, o vogliamo esprimere qualcosa? Ad esempio la rilevanza costituzionale della professione, che non basta rivendicarla, per darle sostanza (e no, lo sguardo critico sulla magistratura non basta da solo a sollevarci da quest’onere).
Pleonastico evidenziare che non si tratta di temi limitati all’interesse della professione forense o degli operatori di giustizia, visti i riscontri che le modalità della comunicazione producono nella collettività.
Ma tornando all’avvocatura. Pare che la velocità del progresso tecnologico non giovi alla categoria, in cui le fasi del progresso vengono recepite con un certo ritardo rispetto al loro realizzarsi, giungendo alla fase successiva senza avere la coscienza (figuriamoci la padronanza) di quella precedente e dei suoi strumenti. Motivo per cui oggi è ancora importante parlare di comunicazione nel mondo forense, perché ci siamo appena (!) arrivati e non facciamo in tempo ad ambientarci che già la società (ed il mercato) sono oltre.
Se in questo scenario i magistrati hanno deciso di metterci la faccia (a volte, in realtà, le pagine Instagram) perché non dovrebbe farlo chi potrebbe (dovrebbe?) farlo sempre, liberamente? Come ha detto qualcuno (chi firma l’editoriale di questa newsletter) di noi avvocati, all’ultimo Congresso, “la nostra individualità ci consente, come corpo sociale, di essere degli antagonisti dialettici del potere. La nostra individualità ci consente di essere politici non di parte”.
Forse, per poter comunicare qualcosa, dovremmo ricordarci (o chiederci) che cosa significa per l’avvocatura essere corpo sociale.