Giurisdizione in un loop. Editoriale – di Vinicio Nardo

28 Aprile 2026

Nell’articolo dell’avv. Dante de Benedetti pubblicato qui di seguito, il nostro collega esperto di A.I. applicata ai settori legali osserva tra le altre cose che “per offrire ai nostri clienti una ragionevole previsione” è indispensabile avere “accesso integrale alla giurisprudenza”.

L’equazione Dato = Conoscenza = Democrazia agita da tempo l’avvocatura peril pieno accesso alle banche dati di legittimità e di merito (ricordo la mozione al Congresso di Roma del 2019), al fine di consentire al cittadino di conoscere il diritto vivente (che oramai integra le leggi) e all’avvocato di formulare prognosi meno sbiadite, ossia di avere miglior capacità predittiva.

Ai tempi c’era nella comunità scientifica un certo dibattito, declinato in chiave efficentista, sulla “prevedibilità” delle decisioni, al quale andava a saldarsiquello emergente sulla giustizia predittiva, eccitante per alcuni e terrorizzante per molti che già vedevano la macchina pronta a sostituirsi alla persona in carne e ossa o, meglio, cuore e cervello.

Nel maggio del 2022, da presidente, avevo avuto una conversazione sul canale YouTube dell’Ordine con il professor Giovanni Comandè responsabile della piattaforma di giustizia predittiva della scuola superiore Sant’Anna di Pisa. Lui era stato rassicurante riguardo al rischio sostituzione, mentre io volevo capire come potesse la macchina calcolare le percentuali di vittoria senza decretare la morte delle cause pilota (con poche chance) e delle impugnazioni (ipotizzando l’impossibilità della macchina di correggere se stessa).

La risposta (all’epoca) fu che si addestrava la macchina a vedere la soluzione diversa non come aberrazione ma come possibile via alternativa che corregge l’errore (“You are in a loop”) o adegua il diritto al mutare dei tempi.

Pochi mesi dopo quell’incontro, l’esordio abbagliante di ChatGPT ha messo in ombra il tema predittivo e la connessa paura del giudice robot, ma forse non è stato solo questo. Forse la stessa magistratura ha preso le distanze, dopo l’iniziale curiosità, per timore di perdita di ruolo, di empatia (troppo cervello e poco cuore nelle decisioni), di profilazione.

E magari anche per gelosia del dato. Ripensandoci, la sordità statale allarichiesta di mettere a disposizione le sentenze di legittimità e di merito potrebbe non essere ascrivibile unicamente all’ordinaria farraginosità burocratica.

La comunità scientifica di giuristi e studiosi di neuroscienze ha invece continuato ad occuparsi di predittività, intuendo che essa è declinabile anche al passato, grazie al metodo statistico reso più efficiente dal machine learning edin grado di svelare le distorsioni cognitive (”bias”) e i rumori di fondo (“noise”) che abbiano portato a sentenze sbagliate.

Non si parla delle distorsioni note (razzismo o inimicizia) ma di quelle nascoste, di cui il giudice non è in grado di accorgersi e che, pertanto, non può controllare o correggere.

Un recente articolo (Brigaglia – “Bias, giustizia predittiva e autorevolezza delle decisioni”, in Diritto e Questioni Pubbliche 2025) ha ben evidenziato come la rivisitazione statistica delle grandi masse di dati che l’A.I. è in grado di esaminare faccia emergere le anomalie che conducono a disparità di trattamento (tra casi, tra luoghi, tra giudicanti, tra momenti della giornata in cui le decisioni sono assunte, con diversa stanchezza e magari fame, come ipotizzato in un risalente studio americano); e come tale potenzialità susciti la resistenza di chi teme possa provocare una perdita di autorevolezza della giurisdizione.

In effetti, il rischio è di finire nel terreno valutativo del magistrato e provocare reazioni di categoria. Basti pensare allo sciopero proclamato dall’ANM contro la riforma dell’ordinamento giudiziario per via del fascicolo personale del magistrato.

Il dato è potere: chi lo detiene non lo cede. Questo anche se chi fa ricerca scientifica non mira a screditare la giurisdizione, semmai a migliorarla,suggerendo interventi sulla formazione e sull’organizzazione del lavoro.

L’alibi è sempre l’autonomia del giudice. Ma se, come insegna la Corte costituzionale, non esistono diritti tiranni, allora va trovato un equilibrio ragionevole tra giurisdizione e giustizia.

Quanto al versante avvocati, credo che l’A.I. si possa prestare ad un proficuo utilizzo difensivo finalizzato a individuare e correggere distorsioni cognitive in malam partem. E ciò anche in ambiti iperspecialistici dove, anzi, la confidenza con la materia richiede talora lo sforzo compensativo di allontanare lo sguardo per esaminare il contesto e scorgere altre vie di difesa.

Me lo suggerisce da ultimo un’esperienza professionale di possibile revisionedove la prova scientifica a fondamento di una condanna definitiva potrebbe essere assunta con maggior precisione. E’ stato illuminante il confronto con un esperto di intelligenza artificiale e di statistica, una persona con la mente aperta che si è inserita agevolmente e con risultati incoraggianti in una questione estremamente specialistica che avrebbe dovuto vederlo sprovvisto di competenze.

Ho tratto conferma che l’intelligenza artificiale non è paragonabile a un sofisticato elettrodomestico ma all’elettricità, ed ho pensato alle nostrespecializzazioni, richieste dalle crescenti complessità ma che non devono farciperdere la capacità di visione del contesto.

E’ di questi giorni la decisione di spostare lo studio dei Promessi Sposi dal secondo al quarto di anno di liceo, in cui si studia il contesto storico del Manzoni, così declassando a romanzo d’epoca un capolavoro senza tempo sul rapporto dell’umile con il potere: dello Stato autoritario, del ricco prepotente, dell’intellettuale infedele (il “nostro” Azzecca garbugli); il rapporto con la folla irrazionale, ma pure con la solidarietà dei giusti.

Quel libro universale ci ha fornito gli strumenti per interpretare la realtà e affrontare la vita: quanto ci è servito nella recente pandemia!

Ha fatto di noi quel che siamo: qualcosa di più di un elettrodomestico.