… e se GPT fosse l’acronimo di Giustizia Per Tutti? – De Benedetti

28 Aprile 2026

Se osserviamo il mercato dell’intelligenza artificiale legale così come si sta configurando in questi mesi, è difficile non notare un fatto: la stragrande maggioranza dei prodotti e dei servizi che vengono proposti agli avvocati ha un denominatore comune. Rendere più semplice, più rapido, più efficiente il lavoro del professionista. Generazione automatica di atti, riassunti di documenti, ricerca giurisprudenziale assistita, due diligence accelerate, contract review in pochi minuti. Tutto utilissimo, intendiamoci. Ma tutto rivolto solo a fare (meglio?) il nostro lavoro.

Quello che, almeno per ora, sembra mancare quasi del tutto è uno sguardo nella direzione opposta. Verso il cliente. Verso il cittadino. Verso quella che dovrebbe essere la nostra stella polare: dare al nostro assistito, chiunque sia, una lettura più chiara possibile di ciò che lo aspetta. Verso quel mondo non giuridico che da sempre si trova davanti al diritto come davanti a una lingua straniera. Il “Latinorum” di don Abbondio e di Azzeccagarbugli non è mai davvero scomparso: ha solo cambiato vocabolario. Ed è curioso, se ci pensiamo, che proprio ora che disponiamo dello strumento più potente mai inventato per tradurre, semplificare, rendere accessibile, lo stiamo utilizzando soprattutto per parlare meglio tra noi e, se possibile, alzando ulteriori barriere tra il nostro sapere e quello altrui, con termini come prompt, layer, LLM, vettorizzazione, etc….

Io credo invece, e con una certa convinzione, che l’AI apra orizzonti molto più ampi di quanto non si stia ad oggi esplorando, a patto di voler salire davvero in sella a questa rivoluzione e non limitarsi a guardarla passare. Provo a sintetizzarli in tre punti.

Primo: tornare a fare gli avvocati. Quando una tecnologia è in grado di gestire, in pochi secondi, la parte più meccanica e ripetitiva del nostro lavoro, ciò che rimane è la parte più nobile della professione. L’esperienza nel leggere un caso, la sensibilità nel cogliere ciò che il cliente non ci sta dicendo ma possiamo chiedergli, la responsabilità nello scegliere tra opzioni che la macchina può elencare ma non può pesare. È un ritorno alle origini, in qualche modo. L’avvocato come consigliere, come interprete, come persona di fiducia, prima ancora che come tecnico.

Secondo: nuove professioni legali. Richard Susskind lo aveva previsto già nel 2010, in tempi in cui sembrava futurologia e oggi è cronaca: stanno emergendo figure professionali che fino a ieri non esistevano. Legal data scientist, legal engineer, legal innovation manager, legal knowledge architect. Sono i professionisti che faranno da ponte tra il giurista puro e la tecnologia, permettendo ai primi di sfruttare al meglio la seconda senza doverne diventare specialisti. È un’opportunità enorme, soprattutto per le nuove generazioni di laureati in giurisprudenza, ai quali per troppo tempo abbiamo prospettato un imbuto sempre più stretto.

Terzo, e forse più importante: il diritto vicino alle persone. Nel breve racconto kafkiano Davanti alla legge, l’uomo di campagna passa l’intera esistenza davanti a una porta socchiusa, custodita da un guardiano che gliene impedisce l’accesso. Quella porta, scoprirà solo morente, era stata creata proprio per lui. È una metafora che ogni avvocato, prima o poi, dovrebbe rileggere. Perché la sensazione di esclusione che il cittadino prova davanti al diritto è esattamente quella: una porta che dovrebbe essergli destinata e che resta inaccessibile. Per la prima volta abbiamo, oggi, gli strumenti tecnici per spalancarla davvero. Non per sostituire l’avvocato — che resta indispensabile ed anzi lo sarà sempre di più — ma per restituire al cittadino una comprensione di base di ciò che la legge dice, di ciò che i suoi diritti sono, di ciò che può ragionevolmente attendersi da un contenzioso o da un contratto. Sarebbe, davvero, un GPT inteso come Giustizia Per Tutti.

A condizione, però, di non dimenticare un secondo presupposto, accanto a quello tecnico. Paolo Benanti, da tempo, ci ricorda che la vera questione non è cosa l’intelligenza artificiale può fare, ma cosa è giusto che faccia: l’algoretica, come lui la chiama, è il terreno su cui si gioca la differenza tra una tecnologia che amplifica i diritti e una che li erode. Per il giurista il punto è dirimente. Trasparenza dei sistemi, qualità dei dati di addestramento, supervisione umana nelle decisioni che incidono sulla vita delle persone, responsabilità chiare quando qualcosa non funziona: senza questi presidi, anche l’AI legale più sofisticata rischia di riprodurre, accelerandole, le stesse opacità che oggi tengono il cittadino lontano dalla porta della legge. L’etica non è il freno dell’innovazione ma la sua condizione di possibilità.

Perché tutto questo si realizzi deve avverarsi una condizione che non è tecnologica ma culturale e politica. La comunità forense deve poter disporre, in modo pieno, autonomo e senza filtri, di tutte le fonti del diritto e di tutte le sentenze. Di ogni grado, di ogni materia. Non per il miope obiettivo di “mappare” i singoli giudici — operazione che, oltre a sollevare seri problemi, è di mero voyeurismo giuridico — ma per conoscere il diritto vivente. Quello che si forma nelle aule, giorno dopo giorno, e che oggi possiamo intercettare solo a frammenti. La massima aspirazione che, come avvocati, possiamo coltivare è, lo dicevamo all’inizio, poter offrire ai nostri clienti una ragionevole previsione di ciò che li attende. Senza accesso integrale alla giurisprudenza, l’AI legale resterebbe un motore potentissimo costretto a girare con poco carburante. Con quell’accesso, invece, può diventare lo strumento che colma davvero la distanza tra norma scritta e norma applicata: la stessa distanza che Calamandrei, in tempi non sospetti, indicava come il vero terreno su cui si misura la qualità di una giustizia.

La tecnologia, ormai, c’è e ci sarà sempre di più. Evolve a una velocità che a volte ci spaventa, ma che dovrebbe soprattutto entusiasmarci. Sta a noi decidere se usarla per fortificare le mura del castello o per costruire, finalmente, qualche ponte.

Forse, dopotutto, la vera domanda non è cosa l’intelligenza artificiale farà di noi avvocati. È cosa noi avvocati avremo il coraggio di farne.