Comunicazione della magistratura nell’era dei social – di Silvia Carlino

29 Settembre 2026

Di comunicazione della magistratura ho parlato, incidentalmente, nel numero di maggio di questa newsletter; tema principale dell’articolo era, in quel caso, la comunicazione degli avvocati: due facce della stessa medaglia? Due parti destinate, in questo campo, ad un’eterna rincorsa? Senz’altro due elementi essenziali di un sistema, quello giudiziario, e di una società, quella civile, che necessitano di entrambi per funzionare.

E se sono due elementi complementari e necessari, perché assistiamo a un tale sbilanciamento di forze comunicative e di reputazione nell’opinione pubblica? Va detto che quest’ultima è parecchio volubile, nulla perdona e tutto dimentica, salvo poi ricordarsi dettagli decontestualizzati quando tornano utili per attaccare il nemico di turno. Tuttavia, non si può non notare una differenza sostanziale nel modo in cui la magistratura comunica e viene comunicata.

Temo che autocitarsi non sia elegante, ma mi perdonerete se torna utile per fare il punto della situazione; nell’articolo di maggio scrivevo: “il rapporto diretto tra magistratura e opinione pubblica ormai esiste stabilmente; quella è la base su cui costruiranno la loro posizione futura, quindi noi non possiamo assolutamente chiamarcene fuori. Perché se l’avvocatura non sarà presente in quel discorso collettivo, l’unico punto di vista che la gente sentirà sarà quello della magistratura”.

Nello stesso periodo, a precisa conferma di quanto sopra, i Giovani Magistrati chiedevano ad ANM di non interrompere gli investimenti fatti nella comunicazione durante la campagna referendaria mentre poco dopo, a giugno, venivano pubblicate le nuove linee guida del CSM sulla comunicazione istituzionale degli uffici giudiziari: è un documento molto interessante, di spessore radicalmente diverso rispetto a certi post o interviste che tutti ricordiamo, la cui idea di fondo è che la magistratura sia tenuta fare i conti con la responsabilità degli effetti prodotti dalla propria comunicazione, cui si riconosce il potere di incidere sulla percezione pubblica delle vicende giudiziarie e, soprattutto, delle persone coinvolte.

Insomma, è chiaro a tutti che la comunicazione non vada più considerata un accessorio dell’attività istituzionale ma sia diventata, piuttosto, una nuova forma di potere; e se da un grande potere derivano grandi responsabilità, ben fa la magistratura a dotarsi di linee guida aggiornate che bilancino l’informazione e l’interesse pubblico con le garanzie del processo penale, tenendo in considerazione i nuovi aspetti della permanenza della notizie online, dell’indicizzazione e della tutela della reputazione. 

Molto rilevanti sono (o sembrano) i punti sulla comunicazione reattiva, per smentire o rettificare notizie distorte o del tutto false, e sulla comunicazione di aggiornamento, da usare “quando l’evoluzione del procedimento o del processo modifichi in modo significativo il quadro inizialmente rappresentato dall’ufficio”; insomma quello che chiunque si aspetterebbe in un mondo in cui uno screenshot è per sempre, figuriamoci la notizia di essere indagato; nutro comunque parecchie riserve sull’efficacia di questi strumenti, dato che non basta fare un comunicato ma bisogna tenere conto di algoritmi, titoli rage bait, strategia social di organi di stampa, ministeri, forze politiche ed influencer che trattano gli stessi temi. Insomma, non pare si possa prevedere alcun miglioramento sul fronte del solito mostro messo in prima pagina in fase di indagini; a meno che, ed è qui che le cose si fanno interessanti, si passi direttamente alla presenza social dell’ufficio: il profilo Meta delle Procure della Repubblica potrebbe essere dietro l’angolo e potrebbe anche essere il modo (l’unico?) che gli uffici hanno per dare efficacia a tutti i nobili principi che abbiamo appena visto.

I passaggi a mio avviso più interessanti sono quelli che riguardano le figure dei singoli magistrati: se la comunicazione dell’ufficio deve essere il più possibile neutra, sobria ed impersonale, si parla anche di evitare la sovrapposizione tra la comunicazione istituzionale e quella personale del magistrato, richiamato ad una generica “sobrietà digitale”. Cosa si intenda con tale espressione non è dato sapere: sobrietà in generale o sobrietà in caso di comunicazione giudiziaria dal profilo personale del magistrato? E cosa succede nel caso di un magistrato con una solida presenza social? Si deve zittire quando la cronaca parla di lui? Deve parlare d’altro? Può fare riferimento all’attività dell’ufficio ma solo in termini vaghi? Questo della presenza online del singolo PM è uno scenario che esiste già, destinato ad ampliarsi ulteriormente, quindi trovare una risposta alla domanda è discretamente urgente.

Sul punto, mi preme precisare che non intendo demonizzare il concetto di magistrato sui social, anzi, la considero un’evoluzione positiva. Tralasciando in questa sede le necessarie distinzioni che andrebbero fatte tra magistrati requirenti e giudicanti, c’è comunque un terreno comune, che è quello della competenza: pensiamo al patrimonio di conoscenza, teorica e pratica, che un bravo pubblico ministero potrebbe condividere; pensiamo alla percezione pubblica della giustizia, che potrebbe giovare di magistrati più umani e non più entità astratte. Non ci sarebbe nulla di intrinsecamente negativo (onestamente, mi sembra persino un progresso rispetto al pubblico ministero in servizio che occupa tutti i salotti tv disponibili venendo presentato come voce della Giustizia): tutto starebbe, come sempre, nel giusto bilanciamento, nella comunicazione personale senza che la persona diventi brand, nel mettere davanti a tutto l’interesse dell’ufficio e della collettività (così come gli avvocati online devono sempre tenere a mente l’interesse degli assistiti prima del proprio numero di follower).

Tornando al contenuto delle linee guida, il CSM ha molto a cuore la preparazione dei suoi magistrati (cosa che forse non si può dire della corrispondenti istituzioni dell’avvocatura) e parla altresì di formazione professionale permanente estesa “alle tecniche, ai linguaggi dei media (anche nella prospettiva della semplificazione, della sintesi e della chiarezza), alle nuove tecnologie”; insomma, forse non hanno ancora codificato di iscriversi su Instagram come @procuramilanoofficial, però stanno (giustamente) studiando come funziona il mondo e come muovercisi, anche oltre la contingenza di un referendum e della sezione giovani.

Come avvocati dovrebbe farci riflettere il riferimento alla semplificazione e alla sintesi: mentre noi ci stiamo ancora struggendo perché non è assolutamente possibile trasmettere la complessità della separazione delle carriere nello spazio di un volantino, il CSM ha semplicemente previsto di studiare come essere sintetici in relazione al linguaggio dei media. Trattiamo la stessa materia e gli stessi argomenti, sommessamente osservo (di nuovo) che forse ci sta sfuggendo qualcosa. 

Per la magistratura, la sfida (ampiamente già in corso e per ora persa su tutti i fronti) è quella di creare una comunicazione della giustizia che sappia informare la collettività ma abbastanza neutra e garantista da non scrivere il processo prima che inizi; per l’avvocatura, la sfida è quella di affiancare a quella comunicazione la propria, parimenti efficace nello spiegare le prerogative della difesa. Non una gara, ma una comune costruzione della comprensione pubblica del sistema penale (e non solo).

C’è però un problema, una sorta di contrasto tra fonti, cristallizzato in quella mozione dei Giovani Magistrati di cui parlavo all’inizio: complice la totale assenza dello Stato, disinteressato all’educazione civica dei suoi cittadini, ANM intende colmare quel vuoto e farsi carico del nobile compito di istruirci sulla legalità. Lo mettono nero su bianco, la loro comunicazione punta a “fondare una coscienza sociale ed una consapevolezza civica condivisa”: un ruolo che non compete loro, che dovrebbe far svegliare l’avvocatura dal suo torpore e che mina la credibilità di tutto ciò che di rassicurante troviamo nelle linee guida. Come si concilia la sobria comunicazione reattiva per proteggere la reputazione dell’indagato con un’autorevole pagina social dove leggiamo che “la Costituzione non si tocca”? C’è un po’ di confusione su quale sia il potere dello Stato con cui ci stiamo interfacciando. 

Insomma, il CSM dimostra consapevolezza del periodo storico in cui viviamo, sprona a comprenderlo così che la magistratura possa aggiornare i cittadini sui casi importanti senza mai assolutamente danneggiare la reputazione delle persone coinvolte (non più del necessario, almeno); sono veramente gradevoli da leggere, nel frattempo sui social una parte di magistratura agisce in modi sideralmente lontani e in televisione ci teniamo le conferenze stampa post arresto con sorrisi compiaciuti e aria soddisfatta.