Comunicare l’avvocatura nell’era dei social – di Silvia Carlino
26 Maggio 2026
dall’intervento al Convegno di Lerici – l’Avvocato Penalista nel Futuro.
Parlare di avvocatura e social oggi significa parlare di qualcosa di più grande, ossia del modo in cui si costruisce la percezione pubblica della giustizia.
Gli avvocati sui social sono ormai una realtà di cui prendere atto, siamo lì da tanti anni e i più giovani erano online spesso ancora da studenti o praticanti; l’iscrizione massiva dell’avvocatura ai social, che è trasversale per età e genere, è da ricondursi al periodo della pandemia. Come tutti, anche noi ci siamo trovati privi dei nostri luoghi fisici tradizionali e abbiamo iniziato a parlare lì: così c’è stata una prima scrematura, chi aveva davvero qualcosa da dire più degli altri ha intercettato sui social un pubblico disposto ad ascoltare ed è così che siamo entrati, in quegli anni, nell’epoca d’oro della divulgazione online (un’epoca, lo vedremo dopo, ormai tramontata).
Gli avvocati che hanno saputo intercettare questo interesse del pubblico hanno costruito una community unita e una solida reputazione professionale; da quel periodo emerge un primo punto interessante: il pubblico non rifiuta la complessità, rifiuta il linguaggio incomprensibile. Se guardiamo il livello medio dei commenti sotto molti contenuti divulgativi fatti bene, troviamo spesso discussioni più informate e consapevoli di quelle presenti sotto post di cronaca giudiziaria tradizionale. Questo significa che la complessità può essere resa accessibile senza essere svuotata del suo contenuto; stare sui social non significa banalizzare il diritto, ma imparare a raccontarlo; e uno dei nostri errori, storicamente, è stato proprio quello di chiuderci nei nostri circoli, nei nostri linguaggi tecnici escludendo tutto il resto.
Sono numerosi gli esempi di chi ha saputo cogliere egregiamente l’occasione divulgando con competenza: pensiamo, ad esempio, a Francesca Florio, quasi 400.000 follower, che ha iniziato a costruire la propria community all’università; il pubblico ha seguito il suo percorso: studentessa, praticante, infine avvocato e, nel frattempo, il contenuto è sempre rimasto coerente, una divulgazione penalistica legata a temi che interessano il cittadino comune, oltre che all’attualità. Oppure alla collega Cristina Morrone, 12.5000 follower, nota per la sua rubrica di giustizia distorta e per il racconto trasparente di cosa comporta la vita dell’avvocato penalista; ancora, ci sono Giuseppe Di Palo, penalista con 400.000 follower, che copre l’attualità in modo tempestivo con divulgazione accessibile ma tecnicamente solida, e Camilla Fasciolo, savonese con 20.200 follower e una nicchia molto specifica sulla mediazione familiare. Sono infatti numerosi anche i profili civilisti: Gaia Martinenghi, quasi 9.000 follower su TikTok e avvocato del condominio, Valentina Nichele, 37.500 follower, avvocata delle famiglie: condominio e famiglia sono materie che incidono direttamente sulla vita quotidiana delle persone, spesso hanno anche un carico emotivo importante, e proprio per questo generano interesse in un pubblico non solo di tecnici.
È chiaro che chi costruisce una community molto ampia ottiene anche un ritorno professionale, ma quel ritorno non è mai il punto di partenza del progetto comunicativo. Nessuno costruisce una presenza autorevole online dicendo “questo è il mio numero, chiamatemi per una consulenza”; il minimo comune denominatore dei profili professionali che generano interesse è sempre lo stesso: scegliere un ambito preciso e dimostrare, con continuità, di sapere di cosa si parla, far appassionare gli altri alla nostra passione.
Eventuali opportunità professionali arrivano come conseguenza indiretta della reputazione costruita nel tempo, perché il pubblico percepisce competenza e affidabilità; è semplicemente un’altra versione del conoscente che ti suggerisce un professionista di cui ha sentito parlare o a cui si è rivolto in passato.
Nel caso ci fosse bisogno di dirlo, un contenuto giuridico social non sostituisce una consulenza legale; è uno spunto, un’informazione spersonalizzata; in questo senso, non è diverso da una rubrica divulgativa su un giornale o da un esperto intervistato in un programma di approfondimento.
Il mio profilo è, invece, un po’ diverso da quelli che ho citato finora, perché diverso è il pubblico che ho scelto; non mi rivolgo al pubblico generalista, ma ad altri avvocati o aspiranti tali, in generale a chi vive concretamente il mondo della giustizia. Quello che funziona nel mio caso non è la spiegazione di una vicenda ma l’identificazione, perché racconto il dietro le quinte della vita dell’avvocato: le cancellerie, le udienze, le ansie quotidiane, le dinamiche che chi lavora in tribunale conosce benissimo. Il collega vede un video e pensa: “ah, è successo anche a me!”. È sempre bello sentirsi visti e sapere che qualcuno condividere le nostre vicissitudini; ovviamente, quando si apre Instagram si cerca anche un momento di leggerezza, quindi l’ironia per me è registro indispensabile per raccontare problemi reali senza scadere nella lamentela continua.
La parte divulgativa rimane più residuale, ma quando c’è è sempre estremamente pratica. Vale sempre la regola di parlare solo di quello che si conosce bene: faccio il difensore d’ufficio e per motivi insondabili sono appassionata di patrocinio a spese dello Stato e istanze di liquidazione: temi apparentemente minori, ma in realtà centrali nella quotidianità di moltissimi colleghi. Sono anche materie in cui esiste una grande distanza tra la norma scritta e le prassi concrete dei tribunali, e proprio per questo il confronto tra colleghi diventa essenziale. I social, in questo senso, diventano anche uno spazio di circolazione di conoscenze pratiche che non si trovano nei manuali.
In genere non amo cavalcare l’onda dei casi mediatici ma sono comunque una persona molto polemica, quindi a volte sento la necessità di inimicarmi l’opinione pubblica e faccio qualche contenuto legato all’attualità giudiziaria: ne sono esempi i reel sulla domanda ricorrente “come fate a difendere i colpevoli?” e quello sull’aggravante della crudeltà nel caso Turetta.
Ovviamente questi sono i contenuti che diventano virali più facilmente, perché intercettano il dibattito collettivo e raggiungono un pubblico molto più ampio rispetto ai contenuti tecnici.
Ma perché farli? Il punto non è la polemica fine a sé stessa, né il numero di visualizzazioni: se in un video come quello di Turetta ricevo oltre 700 commenti, tutti che ci danno dei criminali e ci accusano di essere peggio dei nostri clienti, io rispondo a ognuno di loro e alla fine, se anche una persona sola è disposta ad ascoltare e capire il perché di quello che facciamo, per me quello vale la pena, vale la pena della gastrite ogni volta. Però è una goccia nell’oceano, è chiaro che non può essere questo il modo per gli avvocati di stare nella società e di portare propri messaggi, perché serve un’azione ad ampio spettro.
Questo ci porta al grande spartiacque, ossia alla campagna referendaria a cui abbiamo assistito nei mesi scorsi: cosa accade quando una componente del mondo giustizia comunica come corpo collettivo e, soprattutto, comunica nel modo giusto.
Il referendum sulla giustizia è stato un punto di non ritorno, non tanto per il fatto che ANM si sia ufficialmente posta come interlocutore ufficiale della cittadinanza, del governo, del signore Iddio, quanto per il profilo della comunicazione della giustizia: la magistratura ha dimostrato di aver compreso le regole della comunicazione online, mentre noi, pensando che bastasse avere argomenti giuridicamente fondati, ce ne siamo disinteressati e siamo arrivati impreparati; non c’è stata nessuna istituzione, comitato, rappresentante, ordine che abbia a monte deciso di fare una campagna di comunicazione persuasiva: si è deciso (in qualche caso) di stare sui social, che non è la stessa cosa e, infatti, non ha funzionato.
Perché, invece, ha funzionato la campagna dei magistrati? Oggi viviamo in quella che viene definita economia dell’attenzione; il sistema algoritmico premia i contenuti che in pochi secondi riescono a catturare la nostra attenzione: in questo contesto i messaggi che funzionano meglio non sono necessariamente quelli più approfonditi, ma quelli che riescono a provocare una reazione emotiva immediata.
ANM ha applicato quella tecnica e utilizzato una leva emotiva potentissima, la paura, unita alla tecnica del nemico comune (in questo caso il fascismo, evidentemente alle porte); e come abbiamo visto, una volta che mobiliti gli italiani per la difesa (social) della patria non c’è più modo di arginare il fenomeno.
C’è poi la questione delle informazioni false, che ci sta a cuore: sono state tante ed è vero che c’è un problema di verificabilità delle fonti, ma in generale ma il non è che i social premino le bugie, premiano l’intensità emotiva. E quell’intensità può essere costruita anche attorno a contenuti corretti, seri e rigorosi; la comunicazione efficace si può fare anche diversamente da come l’abbiamo vista in quel periodo.
Adesso è importante capire che quella fase non è finita con il referendum: il rapporto diretto tra magistratura e opinione pubblica ormai esiste stabilmente; quella è la base su cui costruiranno la loro posizione futura, quindi noi non possiamo assolutamente chiamarcene fuori. Perché se l’avvocatura non sarà presente in quel discorso collettivo, l’unico punto di vista che la gente sentirà sarà quello della magistratura.
Ma in che modo essere presenti? Dicevo prima che, ad oggi, la presenza dell’avvocatura sui social è interamente affidata all’iniziativa individuale. Esistono moltissimi colleghi che fanno un lavoro serio, utile e di spessore; ma, oltre tanti profili virtuosi, esistono anche modalità comunicative discutibili, talvolta dannose. E chi comunica male non danneggia soltanto se stesso, influenza la percezione pubblica degli avvocati tutti (che già non è buona), e tutto questo avviene nell’assenza delle istituzioni forensi.
Quando manca una presenza istituzionale forte e consapevole, l’ambiente (in questo caso lo spazio digitale) diventa disordinato: in parole povere sui social è il far west, tutti fanno di tutto e non si capisce più cosa sia opportuno e cosa no.
Per questo le istituzioni devono conoscere i luoghi dove si svolge la vita dei loro iscritti, per indirizzarci e fare da guida; dovrebbero arrivare per prime e non per ultime.
Questa trasformazione non va vissuta come un peso o come un obbligo fastidioso; a ben vedere, è la prima storica occasione in cui l’avvocatura può costruire e controllare direttamente la narrativa pubblica sulla professione e, soprattutto, sul processo penale. Da decenni, infatti, il racconto pubblico della giustizia viene costruito quasi esclusivamente da altri soggetti: è sempre la procura che comunica al mondo la sua verità e, in mancanza di altre conoscenze, tutto il circo del processo mediatico segue quel filone; la voce della difesa è spesso marginale o, comunque, trasmessa (o percepita) con accezione negativa.
Questo è anche legato al fatto che, da Alessandro Manzoni in avanti, l’avvocato (in particolare il penalista) è percepito con sospetto, se non addirittura con astio; online, invece, possiamo intercettare e rettificare queste opinioni.
Va detto che spesso siamo noi stessi a tirarci la zappa sui piedi, ci autocensuriamo e giudichiamo, sempre in nome del codice deontologico; viene evocato come fosse un decalogo di divieti, ma non è così: il codice deontologico deve essere la nostra stella polare ma non ci dice che non possiamo stare nei luoghi della comunicazione contemporanea, semplicemente ci dice quali sono le regole (correttezza, decoro, dignità) che dobbiamo seguire per stare in quei luoghi.
Non solo noi possiamo ma, anzi, dobbiamo, stare ovunque si formi il dibattito pubblico sulla giustizia: nei giornali, nei programmi televisivi, nei podcast, su Instagram, su TikTok. Perché se l’avvocatura rinuncia a occupare quegli spazi, qualcun altro continuerà a ad influenzare le persone sui temi che ci riguardano, togliendoci la voce.
L’avvocatura deve compiere un cambio di passo importante: Ordini, Camere Penali e associazioni forensi non possono più considerare i social come qualcosa che non li riguarda. Le attività di divulgazione e sensibilizzazione devono certamente continuare nelle scuole, nei convegni e nei luoghi tradizionali del confronto; ma oggi esiste anche un altro spazio in cui si forma l’opinione collettiva: quello digitale. E i social non possono essere usati soltanto come una bacheca in cui raccontare ciò che è stato fatto altrove, richiedono un linguaggio e una strategia specifici.
Questa strategia deve tenere conto, prima di tutto, di cosa sono i social adesso; all’inizio ho citato l’era della divulgazione: quell’epoca è finita, adesso siamo nell’era della comunicazione delle notizie, l’era del controllo di quali notizie vengono date, come e a chi; dominare questo meccanismo permette di controllare la formazione delle opinioni del pubblico.
Con questo in mente, dobbiamo anche prendere atto che una parte enorme della popolazione non possiede conoscenze minime di educazione civica, cultura giuridica e giudiziaria; le persone costruiscono la propria idea della giustizia e del processo penale quasi esclusivamente attraverso frammenti mediatici, cronaca giudiziaria e contenuti online proveniente da centinaia di account, alcuni affidabili e altri meno.
Dunque, la funzione sociale dell’avvocatura, forse, non è solo una cosa di cui bearci tra di noi ma è anche farsi carico di questa lacuna: dominare quel linguaggio e spiegare ai giovani (ma non solo), chi è l’avvocato difensore, perché sono sbagliate le perizie nei salotti tv, come capire cosa succede in un processo e cosa dice davvero una sentenza.
Questo è l’unico modo per ricucire il rapporto tra avvocatura e società; possiamo suonarcela e cantarcela tra di noi quanto vogliamo con la nobilità della professione e l’avvocato in costituzione, ma non serve a niente se non lo facciamo capire agli altri, se non esercitiamo un’influenza sull’esterno.
Abbiamo lo strumento per far sì che la collettività inizia a vederci come ci vediamo noi, ma ci rifiutiamo di accettarlo, continuando a guardarlo dall’alto in basso; c’è una frase di una grande autrice contemporanea che descrive molto bene quello che succede a tanti avvocati attivi sui social: “If you’re being met with resistance, that probably means you’re doing something new” (a chi indovina l’autrice e me lo scrive su Instagram offro un aperitivo).
Per molto tempo chi ha provato a portare l’avvocatura e il diritto online è stato guardato con scetticismo o ironia, se non aperta derisione o giudizio, finché qualche mente illuminata ha pensato che forse avessimo intuito qualcosa; ed eccoci qui oggi a parlare di come colmare il divario tra noi e chi ha agito più tempestivamente di noi: quindi, evidentemente, avevamo ragione e la strada è questa.