Avvocati e intelligenza artificiale: usarla non basta, bisogna conoscerla – Dante De Benedetti

26 Luglio 2026

Ho iniziato a studiare l’intelligenza artificiale nel 2016 e da allora la uso ogni giorno. Credo sia la più grande trasformazione che la professione legale — e non solo — vedrà in questa generazione. Ma proprio per questo mi permetto un avviso: essere appassionati di una materia non significa esserne tifosi ciechi. Significa, piuttosto, conoscerla a fondo e quindi individuarne anche i limiti e i rischi. Chi va in moto sa bene la differenza tra il sapere esattamente dove sta il punto di frenata e divertirsi a correre e poi finire fuori strada.

Gli avvocati stanno adottando l’AI a ritmi sorprendenti, spesso se non quasi sempre senza che gli sia  stato spiegato come funziona davvero lo strumento che maneggiano. Ed è lì che nascono i guai. Vediamone alcuni.

Le allucinazioni: il rischio che ormai conoscono tutti

Partiamo dal problema più conosciuto. L’AI, quando non sa una cosa, quasi mai lo ammette: non è programmata per esprimere dubbi, ma per dare risposte e quindi, quando non le trova, inventa. E lo fa con una sicurezza disarmante: sentenze mai esistite, complete di numero di ruolo e data di deposito perfettamente plausibili perché scritte in modo molto credibile. La regola qui è semplice e non ammette eccezioni: ogni citazione va verificata alla fonte, sulle banche dati ufficiali, prima di finire in un atto. Sempre.

Ma le allucinazioni, appunto, le conoscono ormai tutti. I rischi davvero insidiosi sono altri, proprio perché se ne parla molto meno.

Il documento lungo che l’AI non legge fino in fondo

Scena quotidiana: l’avvocato carica un contratto di duecento pagine, o un fascicolo intero, o un verbale di centinaia di pagine di deposizioni e chiede “riassumimi tutto”. La risposta arriva rapidamente, ordinata, scritta bene, convincente. E ci si fida. Il problema è che l’AI ha una “memoria di lavoro” limitata: oltre una certa lunghezza il testo non entra tutto, oppure entra ma le parti centrali ricevono meno attenzione dell’inizio e della fine. È come pretendere di leggere un fascicolo in dieci minuti: qualcosa si vedrà, certo. Ma non la clausola nascosta a pagina 147, né la mail che prova proprio quella circostanza che non sapevamo come dimostrare, né la parte davvero rilevante della deposizione.

Il risultato sono riassunti che sembrano esaustivi ma hanno saltato proprio il passaggio decisivo. Le contromisure: dividere i documenti lunghi in parti, farsi dire esplicitamente dall’AI quali sezioni ha analizzato e — soprattutto — non delegare mai alla macchina, da sola, la lettura di ciò da cui dipende la causa.

Non tutti i file sono uguali

Secondo rischio silenzioso: i formati. Noi vediamo “un PDF” e pensiamo sia tutto uguale. Per l’AI no. Un PDF nato digitale è testo leggibile; la scansione di un atto notificato via fax nel 2009 è, per la macchina, solo un’immagine sfocata. Alcuni sistemi la decifrano abbastanza bene, altri male, altri per niente — e non sempre vi avvisano. Lo stesso vale per tabelle complesse, note a piè di pagina, allegati in formati esotici. Prima di fidarvi di un’analisi, fate una controprova banale: chiedete all’AI di trascrivervi un paragrafo preciso del documento. Se non ci riesce, quel documento non lo ha mai letto davvero.

La massima dice una cosa, la sentenza un’altra

Terzo punto, il più sottile. L’AI non “capisce” i testi come noi: li spezza in frammenti — i tecnici li chiamano token — e lavora sulle somiglianze statistiche tra quei frammenti. Non ha una vera comprensione del contesto giuridico. Può quindi capitare che vi proponga una massima formalmente impeccabile, ma estratta da una sentenza che, letta per intero, dice l’esatto contrario: magari quella frase riportava la tesi del ricorrente, poi respinta; o un principio enunciato di passaggio e smentito nella decisione finale. Anche qui la regola è una sola: la citazione di un’AI è un indizio, un suggerimento, un punto di partenza. La sentenza si legge per intero — e solo dopo la conferma la si fa propria.

Il tema che arriva: i costi

“Cosa c’è dietro l’angolo?”, chiedeva tanti anni fa Maurizio Costanzo ai suoi ospiti. Dietro l’angolo, per l’AI, ci sono i costi che aumenteranno. Oggi molti strumenti costano poco o nulla, perché siamo nella fase in cui i fornitori puntano soprattutto a conquistare fette di mercato. Durerà poco: il modello di prezzo dell’AI diventerà quasi ovunque “a consumo”, e si pagherà in proporzione alla quantità di testo che si fa leggere e scrivere alla macchina. Saper formulare una buona richiesta — un buon prompt, come si dice — non sarà quindi solo questione di farsi capire, ma anche di spendere meno.

Qualche esempio pratico. Se vi serve analizzare la sola clausola di recesso, non caricate l’intero contratto con i suoi trenta allegati: caricate le pagine rilevanti. Se vi serve una risposta secca, ditelo: “rispondi in massimo dieci righe” costa meno di una dissertazione di tre pagine che poi non leggerete. Se lavorate su una pratica in più sessioni, non ricaricate ogni volta l’intero fascicolo: preparate una volta per tutte un riassunto dei fatti e riutilizzate quello. E per i compiti semplici — riformulare una mail, correggere un testo — usate i modelli più leggeri ed economici, riservando quelli potenti (e costosi) alle analisi complesse.

Chi acquisirà queste abitudini oggi, quando i costi sono ancora bassi, si troverà avvantaggiato domani, quando diventeranno una voce di bilancio dello studio.

Conoscere per usare

Riassumendo: verificate ogni citazione, spezzate i documenti lunghi, diffidate delle scansioni, leggete le sentenze per intero, imparate a chiedere bene e a chiedere il giusto. Sembrano cautele da scettici; sono le abitudini di chi vuole usare l’AI sul serio, e a lungo.

Perché il punto non è se l’intelligenza artificiale entrerà negli studi legali: è già entrata, e chi non la userà si troverà presto a competere a mani nude contro colleghi ben attrezzati. Sarà un viaggio straordinario, quello dell’avvocatura nell’intelligenza artificiale: presente e futuro si fonderanno fino a non poter più dire dove finisce l’uno e dove comincia l’altro.

Ma per viaggiare bene servirà il biglietto giusto. E quel biglietto non si compra: si chiama consapevolezza.